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Editoriale

Cristiano Ronaldo fa la storia anche in Arabia

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Ronaldo

A cura di Stefano Boldrini

Cristiano d’Arabia, con kefiah o senza. Ha vinto CR7, viva CR7: doppietta nella finale della Champions League araba – torneo che abbraccia 31 paesi e due continenti tra Asia e Africa -, successo in rimonta di una squadra ridotta in dieci e stremata dopo 120’ di gioco, primo trionfo dell’Al-Nassr nella competizione. C’era stata molta ironia quando, il 30 dicembre 2022, fu ufficializzato l’ingaggio del fuoriclasse portoghese da parte del club di Riyad, contratto valido fino al 30 giugno 2025 e stipendio da 500 milioni di euro complessivi: CR7 pensa solo ai soldi, scappa dal football europeo perché a 38 anni non riesce più a reggere certi ritmi, andare in Arabia è una fine ingloriosa. Poi succede che il calcio saudita, sfruttando la passione popolare, esplode per ragioni profondamente politiche ed è il protagonista assoluto del mercato estivo internazionale. La Saudi League arruola campioni a mani basse. Le televisioni straniere sgomitano per assicurarsi i diritti. I giornali che ancora possono permetterselo mandano inviati a Riyad e dintorni.  L’atmosfera è da conquista del West, ma alla prima finale stagionale, quella che assegna un torneo sentitissimo nel mondo arabo, il migliore è lui, il dominatore degli ultimi vent’anni del football planetario insieme a sua maestà Leo Messi. Erano in quattro i reduci della serie A in campo – oltre a CR7, Brozovic, Koulibaly e Milinkovic-Savic -; c’era Mané che ha vinto Premier, Champions e Mondiale per club con il Liverpool; c’erano Ruben Neves e Malcom. Tante belle gioie, ma CR7 ha messo tutti in riga. Questo fuoriclasse di 38 anni abbondanti ha conquistato il trofeo numero 34 in carriera, portando a casa la Scarpa d’Oro come miglior bomber della competizione con 6 gol e salendo a quota 844 reti tra club e nazionale. Ha regalato un brivido con il colpo ricevuto al ginocchio sinistro, è uscito alla fine del secondo tempo supplementare, ma al fischio finale è saltato come un grillo. Il mattatore della festa: i cori dello stadio, i complimenti dei compagni, l’abbraccio con l’allenatore Castro, i selfie a tutto spiano, la coppa sollevata verso il cielo. Tutto bello, tranne un particolare: la consegna del trofeo da parte del principe ereditario Bin Salman. E’ l’uomo che ha deciso di investire pesantemente nel calcio in Arabia, ma è anche accusato da un report della Cia di essere l’ispiratore del giornalista dissidente Khashoggi, trucidato nel consolato saudita di Istanbul nel 2018. Il calcio è magnifico, ha il dono di emozionare miliardi di persone, ma non è un colpo di spugna sulla vita reale.

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