Fuori dal campo
Il GP di Jeddah è a rischio, ma i sauditi insistono per organizzarlo
A cura della redazione
Mentre i motori tornano a urlare tra i cordoli di Shanghai per il secondo appuntamento della stagione, un’inquietudine sottile attraversa il paddock della Formula 1. Non sono i dubbi tecnici sul nuovo regolamento 2026 a togliere il sonno ai vertici di Liberty Media, ma i venti di guerra che soffiano sempre più forti in Medioriente. Quella che doveva essere la scintillante trasferta mediorientale di aprile si è trasformata, nel giro di poche settimane, in un rebus geopolitico che rischia di mandare in frantumi il calendario mondiale.

Foto: Aston Martin Aramco Formula 1® Team X account.
Al centro della tempesta ci sono i Gran Premi del Bahrain e dell’Arabia Saudita a Jeddah, in programma rispettivamente il weekend del 10-12 aprile e in quello del 17-19. La stabilità di una regione che per anni è stata il polmone economico della Formula 1 è venuta meno quasi all’improvviso, sotto i colpi dell’escalation di quanto sta accadendo proprio lì. Due appuntamenti, quello del Bahrain e di Jeddah, che potrebbero entrambi saltare.
Eppure, in questo clima di incertezza totale, l’Arabia Saudita fa muro. Gli organizzatori di Jeddah non hanno intenzione di alzare bandiera bianca: il Gran Premio è il cuore pulsante della “Vision 2030“, un investimento d’immagine ed economico troppo imponente per essere sacrificato. Ma la realtà è che il destino di Jeddah è indissolubilmente legato a quello del Bahrain. Perché? La Formula 1 si muove come un unico, enorme organismo: se cade il Bahrain, cade inevitabilmente anche l’Arabia Saudita. Il Circus non può permettersi una trasferta transoceanica per una singola tappa in una polveriera, né i costi assicurativi permetterebbero un azzardo simile.
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In apertura uno scatto scenografico del circuito di Jeddah. Foto: Aston Martin Aramco Formula 1® Team X account.
